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Addio vacanze Romane – [ovvero investimenti e tagli sbagliati]

luglio 1, 2010

di Riccardo Camilleri

Premessa personale, sono uno di quei pochi scellerati che pensa che in un periodo di crisi si debba sì tagliare, ma in una proporzione nettamente minore rispetto a quanto occorra investire. Non sono un economista, solo un appassionato di cosa pubblica e di pragmatismo.
In questo periodo di crisi, però, sembra proprio che la valanga di tagli, fatti passare per inevitabili, sia guidata solo da una logica restrittiva e depressiva, piuttosto che da una spinta che miri a una futura ripresa.
Faccio un piccolo esempio proprio su Roma (non voglio addentrarmi sui tagli alla scuola e all’istruzione in generale che ritengo dannosissimi, proprio perché ripiegano sul passato senza dare prospettiva sul futuro).
La capitale italiana non è certo una città industriale, la sua economia ruota intorno alla pubblica amministrazione, ai servizi e al turismo. Dunque i suoi cittadini sono, lavorativamente parlando, legati a queste tre aree. Per le prime due si registrano ingenti spese e il reddito per i cittadini è generato per lo più sulle casse pubbliche. Da qui l’inclemenza della scure dei tagli.
La cosa che però, sempre non da economista, bensì da cittadino, non riesco a concepire sono i tagli e gli aumenti collegati alla terza area che è, e dovrebbe sempre più essere, il ‘salvadanaio’ dell’economia romana, la maggiore leva di crescita, il maggior campo di sviluppo. Considerando che quello che spetterebbe allo Stato e agli enti locali, dovrebbero essere agevolazioni economiche e burocratiche che attirino investimenti privati da una parte e maggiore utenza dall’altra.
Cosa succede invece a Roma? Nella capitale mondiale dell’archeologia, della storia, del patrimonio artistico-storico-religioso? Con le manovre messe in atto, proprio un campo che doveva, per potenzialità, guidare la ripresa e trainare la crescita economica della città, viene mortificato e depresso.
A catena si vagliano provvedimenti ciechi e senza respiro, che mirano a fare ‘cassa’ (personalmente credo con risultati che saranno esigui) senza agevolare investimenti. Si prevedono tasse, da applicare alla fonte, sui biglietti aerei e sull’arteria Roma-Fiumicino (con un minimo rincaro che però inciderà sulla già imbarazzante arretratezza dei nostri scali aeroportuali e sulla predilezione di molte compagnie low cost verso altri scali), si complicano le licenze per i locali notturni e si alzano in maniera vertiginosa e irresponsabile quelle esistenti sulla vendita di bevande e sull’occupazione di suolo pubblico (i locali alzeranno i prezzi e cittadini e turisti spenderanno di meno, i guadagni si contrarranno e le chiusure aumenteranno), si tagliano investimenti e sostegni alla cultura (ancora chiusure, contrazione dell’offerta, prezzi che salgono e diminuzione dei guadagni), si rallentano gli investimenti sul trasporto pubblico (con una guida scellerata dell’Atac, con tagli ai servizi di bus notturni verso le mete della Movida, con un inesistente servizio metropolitano notturno, si tagliano i finanziamenti all’estate romana (contrazione dell’offerta, diminuzione dell’interesse, minori possibilità di guadagni in generale (anche chi volesse spendere, non sa dove farlo!)).
Insomma, in un periodo in cui si dovrebbe progettare l’uscita dalla crisi, investire sui comparti forti e promettenti dell’economia, quello che dovrebbe essere il nostro campo della rinascita, in cui gli enti locali dovrebbero riuscire a investire il minimo e curarsi solo di organizzare al meglio i processi e le dinamiche per attirare investitori privati, la nostra amministrazione, centrale e locale, risponde con tagli depressivi e tasse e tributi mortificanti, senza una minima strategia di rilancio di quel patrimonio che, fortunatamente, ci siamo ‘ritrovati’ e che potrebbe essere, e deve essere, il nostro petrolio!

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